V.
Un giorno Giusto era di buon umore. Stando sul letto dell'albergo, gli venivano baldanze d'uomo sano; diceva a voce alta a se stesso, diceva all'oste diventato amico suo: «io mi sento bene; il dottore non capisce nulla, mi vuol tenere a letto, mentre stia a vedere che io mi levo, mi vesto e me ne vado a Milano senza pagare il conto. Scommette lei?»
L'oste era incapacissimo di fare scommesse simili; del conto era sicuro; quando fosse l'ora giusta, l'ospite suo se ne andasse pure senza pagare; ma ora rimanesse a letto per non guastare tutto.
Quella mattina venne il notaio Cipolla; era abbottonato come il solito, e la sua visita fu breve, perchè egli non aveva mai molte parole a dire; ma negli stenti di quella conversazione il pittore ebbe un'idea allegra: «far testamento!»
E la manifestò con faccia seria.
--Senta notaio, io voglio dettarle le mie ultime volontà.
Il notaio Cipolla sbarrò tanto d'occhi, sembrando dire: che sorta di volontà ultime può aver lei?
--Voglio far testamento. Mi vuole aiutare?
Il notaio Cipolla rispose di sì, che voleva, perchè in fin dei conti era il suo mestiere; però che necessità aveva il signor Giusto di far testamento, quando gli si aprivano un'altra volta le sorgenti della vita, d'una vita lunga, perchè a giudicare all'ingrosso.... che età poteva avere il signor Giusto?... meno di quaranta....
--Trentasei... sonati.
--Dunque?
Ma detta questa ultima parola, il notaio si arrestò sbigottito forse di aver parlato troppo, o d'aver parlato male. Non era forse obbligo suo professionale predicare il contrario, dire ai giovani e sani: «testate fin che siete così: può venirvi il tifo quando meno ve lo aspettate, e avrete il rimorso di andarvene all'altro mondo senza aver accomodato a piacer vostro le cose di questo.»
Invece, tanto bene era entrata nel cervello del notaio l'idea che quel faro della pittura lombarda non avesse il becco d'un quattrino, che correggendo il suo pensiero di prima ne espresse un altro quasi consimile.
--Che necessità ha lei di fare un testamanto con l'opera di un notaio? Faccia un testamento olografo. Non sa fare? Le insegno subito... Un pezzo di carta qualunque...
No, no. Era inutile. Giusto voleva fare la cosa davanti a notaio e ai testimoni, e in carta bollata.
Il notaio Cipolla non fiatò più.
--Vorrei far subito.
--Facciamo subito.
Lì per lì il notaio mandò a prendere due fogli di carta bollata, e Giusto volle pagarli senza aspettare il conto; si chiamò l'oste, il quale chiamò il cuoco, il cameriere e lo sguattero, tutti testi idonei maschi e d'età maggiore, e Giusto dettò senza ridere, mentre ne aveva una voglia straordinaria.
* * *
«Del mio piccolo patrimonio di dugento mila lire in cartelle del Debito pubblico italiano, che si troveranno nel cassetto della mia scrivania, faccio quattro parti uguali fra i miei cari parenti, non avendo nessuna ragione di favorire uno piuttosto che l'altro, essendomi provato che essi valgono uno quanto l'altro.
«Lego dunque L. 50.000 al mio buon cugino prete Barnaba, con l'obbligo di dire egli stesso, se sarà vivo al tempo della mia morte, o di far dire da un altro prete della sua chiesa, dieci messe in suffragio del mio purgatorio. Regalo ancora allo stesso mio cugino prete Barnaba la Madonna dei sette dolori che mi propongo di dipingere e che egli farà collocare nella Cappella dove dice messa.
«Lego L. 50.000 al mio cugino Venanzio Bordini.
«Lego L. 50.000 a mio zio Bortolo Negri, negoziante di carni di macello.
«Lego L. 50.000 a mio cugino Ippolito Portatore usciere.
«Lascio i quadri e tutto quanto si troverà nel mio studio alla mia morte, alla mia cuginetta Cristina, figlia di mio cugino Ippolito.
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